
Ovvero: l’arte presuntuosa di aggiustare ciò che non si è mai davvero capito.
Accade sempre più spesso: un designer apre Illustrator, sceglie un logo iconico — Nike, Mastercard, Jaguar, poco importa — e, con tono chirurgico, annuncia al mondo che è arrivato il momento di aggiustarlo. “Let’s fix this logo”, dice, come se stesse parlando di una vite allentata, come se bastasse una griglia ben costruita, un sans-serif alla moda e una palette neutra per rendere un marchio più efficace, più “moderno”, più giusto.

Quello che colpisce, in questa frase, è il verbo: fix, sistemare, correggere. Presuppone un errore, un’inadeguatezza oggettiva, come se i segni che abitano da decenni la cultura visiva globale avessero bisogno di una revisione fatta tra un tutorial su YouTube e un reel motivazionale.
Chi lavora davvero con l’identità di marca, però, conosce bene il peso che un logo porta con sé. Sa che non è un esercizio di gusto, né una palestra per provare stili. Un logo è, prima di tutto, una decisione: progettata per durare, negoziata con intelligenza, costruita su vincoli reali e pensata per essere riconosciuta — non solo apprezzata.
Dietro quei marchi che oggi alcuni si sentono in diritto di “correggere”, ci sono board internazionali, ricerche di mercato, analisi semiotiche, valutazioni legali e, soprattutto, la responsabilità di rappresentare — ogni giorno — l’identità pubblica di un’intera organizzazione. Ogni curva, ogni spazio negativo, ogni rapporto tra segno e parola è il risultato di un processo, non di un capriccio estetico.
Ridisegnare un logo per esercizio può essere utile. Ridisegnarlo credendo di poterlo migliorare senza comprenderne la storia, il contesto, il funzionamento e le tensioni interne, è un altro discorso. È una forma elegante di presunzione.
Paul Rand, che sapeva distinguere un logo da una decorazione, scriveva:
“The public is more familiar with bad design than good design. It is, in effect, conditioned to prefer bad design, because that is what it lives with.”
E aggiungeva: “The new becomes threatening, the old reassuring.”
Il vero design, insomma, non è fatto per confortare, ma per reggere. Anche quando disturba.
E se un marchio è sopravvissuto abbastanza da sembrarvi “sorpassato”, è possibile che abbia semplicemente svolto bene il proprio compito.
Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere “perché quel logo è fatto così?”, ma “sono davvero nella posizione per capire tutto ciò che lo ha reso necessario?”
Perché creare un’identità è un atto di responsabilità.
Ma pensare di poterla correggere, senza aver mai dovuto costruirne una, richiede qualcosa che somiglia più all’ego che al talento.



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